1. “Prima voglio prepararmi meglio.”
I professionisti creativi amano formarsi.
Leggono libri, ascoltano podcast, seguono corsi online, partecipano a workshop ed eventi in presenza. La curiosità è una delle loro qualità più grandi: li rende interessanti, aggiornati, profondi.
La formazione è una risorsa enorme, finché resta uno strumento.
Il problema nasce quando diventa un rifugio.
Studiare ancora, approfondire di più, aspettare di “sapere abbastanza” spesso non è un reale bisogno di competenze, ma un modo elegante per rimandare il momento in cui bisogna mettersi in gioco. Pubblicare, proporsi, esporsi, scegliere una direzione significa anche accettare il rischio di non essere perfetti, di sbagliare, di ricevere un feedback.
Molti creativi convivono con la sensazione di non sentirsi mai pronti, mai abbastanza bravi, mai abbastanza competenti. Qui entra in gioco quella dinamica che probabilmente conosci bene, la sindrome dell’impostore: la percezione costante di non meritare il proprio ruolo e di dover dimostrare ancora qualcosa prima di potersi mostrare davvero.
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Il risultato è che la formazione, invece di sostenere l’azione, la sostituisce. Si accumulano informazioni, ma non esperienza. Si cresce nella testa, non nella realtà.
Cambio di mentalità
La pratica genera competenza, la teoria genera incertezze.
Ricorda che fare, anche se imperfetto, produce esperienza che nessun altro libro può darti.
2. “Ci penserò quando avrò smaltito il resto.”
I creativi freelance hanno quasi sempre “troppa carne al fuoco”.
Idee, progetti, collaborazioni, richieste, opportunità che sembrano tutte interessanti e tutte potenzialmente decisive.
L’entusiasmo iniziale li porta spesso a dire sì senza valutare fino in fondo le conseguenze. Un progetto può sembrare stimolante all’inizio e rivelarsi poi più lungo del previsto, più complesso, meno allineato agli obiettivi a lungo termine o semplicemente drenante dal punto di vista energetico.
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Dire no è difficile, soprattutto quando si lavora in proprio: c’è la paura di perdere occasioni, di restare fermi, di non avere alternative. Così si accetta tutto, si accumula lavoro e si rimanda ciò che conta davvero “a quando ci sarà più tempo”. Il paradosso è che quel tempo non arriva mai. Più progetti accetti senza scegliere, meno energia hai per quelli davvero importanti.
Qui la procrastinazione non è inattività, ma iperattività disordinata. Si fa tanto, ma senza una direzione chiara. Si lavora molto, ma si avanza poco.
Imparare a dire no non è un atto di chiusura, ma di responsabilità verso il proprio tempo, le proprie energie e i propri obiettivi futuri.
Cambio di mentalità
Scegliere significa rinunciare a qualcosa per dare valore a qualcosa di veramente importante.
3. “Non sono capace di vendermi.”
I professionisti creativi amano il loro lavoro: creare, progettare, costruire, rifinire. Possono passare ore concentrati su un file, su un’idea, su un dettaglio.
Quello che spesso detestano è “vendere”.
Molti creativi associano l’autopromozione a un’immagine stereotipata: il venditore insistente, invadente, quello che ti mette il piede nella porta. Insomma, Giorgio Mastrota! Non vogliono sembrare forzati, artificiali, autoreferenziali. Temono di disturbare, di risultare fastidiosi, di essere giudicati.
Il risultato è che fanno un ottimo lavoro… in silenzio. Si raccontano poco, spiegano poco cosa fanno e per chi, aspettano che siano gli altri a capirlo da soli. Ma nel frattempo restano invisibili o poco chiari.
Il problema non è la promozione in sé, ma l’idea distorta che spesso ne abbiamo. Comunicare il proprio lavoro significa raccontare valore, spiegare perché fai quello che fai e come può essere utile a qualcuno. Quando un creativo non comunica, non è più autentico: è solo meno presente.
Cambio di mentalità
Raccontare il proprio lavoro con chiarezza non è vendere, è rendersi comprensibili e visibili a chi potrebbe avere bisogno di noi, attirando progetti in linea con i nostri valori.
Cosa hanno in comune queste tre scuse per procrastinare
Queste tre frasi sembrano diverse, ma nascono dalla stessa radice: la paura.
La procrastinazione dei professionisti creativi non è mai pigrizia, mancanza di idee o di capacità, ma paura di non essere all’altezza, paura di perdere occasioni, paura di esporsi, paura di cambiare.
Formarsi troppo, accettare tutto, evitare di comunicare sono tre modi diversi per rimandare il momento in cui ci si assume la piena responsabilità di una scelta. Eppure il lavoro creativo cresce solo quando incontra il mondo reale: clienti, pubblico, feedback, errori, aggiustamenti continui.
Un passo alla volta, non tutto insieme
Se ti risuona uno o più di questi meccanismi sappi che non devi improvvisamente stravolgere tutto, comincia con riconoscere le scuse: quale frase che ti racconti suona bene, ma ti sta fermando?
Se ti accorgi che stai studiando per non iniziare, che stai lavorando su troppe cose per non scegliere, che stai evitando di comunicare per non esporti, fermati un attimo e chiediti: “Questa scelta mi sta avvicinando o allontanando da ciò che voglio davvero?”
La chiarezza non arriva prima dell’azione, arriva facendola. E spesso basta iniziare da lì.